Carrelli abbandonati: le sette cause vere e cosa fare per ciascuna

Il tasso medio di abbandono in Europa è intorno al 70%, ed è una media che non aiuta. Quello che aiuta è sapere in quale passaggio te ne perdi la maggior parte, e per quale motivo.

Cristian Laporta26 agosto 202610 min di letturaE-commerce

Carrello della spesa in un supermercato

La causa numero uno è sempre la stessa: costi che compaiono solo alla fine — spedizione, contrassegno, commissioni. Seguono la registrazione obbligatoria, il metodo di pagamento mancante, un checkout troppo lungo e la lentezza da telefono. Sono tutte correggibili senza rifare il negozio, e vanno affrontate in quest'ordine perché in quest'ordine pesano.

«Abbiamo tanti carrelli abbandonati» è una frase che di solito precede l'acquisto di uno strumento per mandare email di recupero. Le email servono, ma recuperano una minoranza: agiscono dopo. La maggior parte del recupero si fa prima, togliendo i motivi per cui la gente se ne va.

Prima di tutto: misura dove li perdi

Abbandono del carrello e abbandono del checkout sono cose diverse e si correggono in modo diverso. Serve sapere quante persone passano da ciascun passaggio.

  1. Prodotto visto → prodotto aggiunto al carrello
  2. Carrello → inizio del checkout
  3. Inizio checkout → dati di spedizione compilati
  4. Spedizione → pagamento
  5. Pagamento → ordine confermato

Il passaggio con il calo più grande è quello su cui lavorare per primo. Senza questo numero si interviene a sensazione, e a sensazione si sistema quasi sempre la cosa sbagliata.

Attenzione a una trappola. Molti «carrelli abbandonati» non sono clienti persi: sono persone che usano il carrello come lista dei desideri, o che confrontano il totale con un altro negozio. Un tasso del 70% non significa che stai perdendo il 70% del fatturato possibile.

1. I costi che compaiono alla fine

È la prima causa in ogni ricerca sul tema, in ogni Paese. Il cliente ha in testa il prezzo del prodotto; all'ultimo passaggio scopre spedizione, contrassegno, commissioni. Non è il costo in sé a farlo scappare: è la sensazione di essere stato preso in giro.

Cosa fare: dichiara il costo di spedizione nella scheda prodotto e nel carrello, non al terzo passaggio. Se hai una soglia di spedizione gratuita, mostrala con quanto manca («Aggiungi 12 € per la spedizione gratuita»): trasforma un costo in un obiettivo.

2. La registrazione obbligatoria

Chiedere di creare un account prima di comprare è chiedere un impegno a chi non ti conosce ancora. Chi ha fretta se ne va.

Cosa fare: permetti l'acquisto come ospite, con la sola email. L'account glielo proponi dopo l'ordine, quando ha già un motivo per volerlo (seguire la spedizione). Recuperi la registrazione senza pagarla con l'ordine.

3. Il metodo di pagamento che non c'è

In Italia le abitudini sono precise: carta, PayPal, e in alcuni settori il contrassegno o il pagamento rateale. Se manca quello che il tuo cliente usa, non ne cerca un altro: chiude.

MetodoQuando serveCosto indicativo
Carta di credito e debitoSempre1,4 – 2,9% + commissione fissa
PayPalQuasi sempre: rassicura chi non ti conosce2,9 – 3,4% + fissa
Pagamento ratealeScontrini medi sopra i 150 €2 – 6% a carico tuo
BonificoB2B e importi altiQuasi nullo, ma allunga i tempi
ContrassegnoSettori con clientela poco digitaleAlto, e aumenta i resi

4. Il checkout troppo lungo

Ogni campo in più è un'occasione per ripensarci. Il numero di telefono serve davvero? La ragione sociale a un privato? La data di nascita?

Cosa fare: togli tutto quello che non serve per spedire e fatturare. Compila da solo quello che puoi (città e provincia dal CAP). Mostra a che punto è il processo. E soprattutto: prova a comprare dal tuo negozio con il telefono, come farebbe un cliente. È l'esercizio più istruttivo e quello che quasi nessuno fa.

5. La lentezza, soprattutto da telefono

La maggioranza degli acquisti parte dal telefono, spesso in mobilità. Un checkout che impiega cinque secondi a rispondere a ogni passaggio perde persone a ogni passaggio. Misura la velocità con lo strumento di Google guardando la colonna Mobile, non quella desktop.

6. La mancanza di fiducia

Sul punto di inserire la carta, il cliente si chiede chi sei. Le cose che rispondono a quella domanda sono banali e spesso assenti: partita IVA e indirizzo visibili, condizioni di reso scritte in chiaro, un contatto vero (telefono o chat), recensioni non finte, il lucchetto nella barra.

7. I costi di reso poco chiari

Chi compra online sa che potrebbe restituire. Se non trova scritto chi paga il reso e in quanti giorni, immagina il peggio. Una politica di reso chiara — anche se non generosissima — converte più di una politica generosa ma nascosta.

E le email di recupero?

Servono, ma vengono dopo. Una sequenza che funziona è breve:

  • Dopo 1 ora: un promemoria semplice, con le foto dei prodotti e un pulsante che riporta al carrello pieno.
  • Dopo 24 ore: il promemoria più una risposta ai dubbi (resi, tempi di consegna, contatto umano).
  • Dopo 3 giorni: solo se ha senso nel tuo settore, un piccolo incentivo. Attenzione: se lo mandi sempre, insegni ai clienti ad abbandonare il carrello per ottenere lo sconto.

Un vincolo che va rispettato. Le email di recupero sono comunicazioni commerciali: servono una base giuridica e un modo semplice per disiscriversi. Mandarle a chi non ha lasciato un consenso valido è un problema, non una tattica.

Domande frequenti

Qual è un tasso di abbandono del carrello normale?

Le medie di settore stanno intorno al 70%, ma la media conta poco: dipende dal prodotto, dal prezzo medio e dal fatto che molte persone usano il carrello come lista dei desideri. Il numero utile non è il tasso complessivo, è il calo fra un passaggio e l'altro del checkout.

Qual è la prima causa di abbandono?

I costi che compaiono solo alla fine: spedizione, contrassegno, commissioni. Non è il costo in sé a far scappare, è la sensazione di essere stati presi in giro. Dichiararlo nella scheda prodotto e nel carrello è la correzione con il rapporto beneficio-fatica più alto in assoluto.

Conviene obbligare alla registrazione prima dell'acquisto?

No. Chiedere un account prima di comprare è chiedere un impegno a chi non ti conosce ancora, e chi ha fretta se ne va. Meglio permettere l'acquisto come ospite con la sola email, e proporre l'account dopo l'ordine, quando c'è già un motivo per volerlo.

Le email di recupero carrello funzionano?

Sì, ma recuperano una minoranza e agiscono dopo. Una sequenza corta (promemoria a un'ora, risposta ai dubbi a 24 ore, eventuale incentivo a tre giorni) è efficace. Attenzione a non mandare sempre uno sconto: insegneresti ai clienti ad abbandonare il carrello per ottenerlo.

Quanti metodi di pagamento servono?

In Italia servono almeno carta e PayPal; il pagamento rateale conviene sopra i 150 € di scontrino medio; bonifico e contrassegno dipendono dal settore. Se manca il metodo che il tuo cliente usa abitualmente, quasi nessuno ne cerca un altro: chiude e basta.

Come misuro dove perdo i clienti nel checkout?

Serve tracciare i passaggi dell'imbuto: prodotto visto, aggiunta al carrello, inizio checkout, dati compilati, pagamento, ordine confermato. Il passaggio con il calo maggiore è quello su cui intervenire per primo. Senza questi numeri si corregge a sensazione, e quasi sempre la cosa sbagliata.

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